Il contributo analizza i contenuti della sesta riforma istituzionale belga approvata dal Parlamento nel corso del 2013 e scaturita dall’importante accordo politico concluso dagli otto partiti della colazione diretta da Elio di Rupo l’11 ottobre 2011 e che va nuovamente a ritoccare l’articolato sistema federativo di quel Paese. Come noto, a partire dalla metà degli anni Sessanta del XX secolo, la struttura istituzionale belga ereditata dalla Costituzione del 1831 è stata messa in discussione in quanto ritenuta non più idonea a rappresentare le sempre più contrapposte esigenze dei due principali gruppi linguistico-territoriali fiamminghi e valloni. La presenza di due forze antagoniste territorialmente omogenee con una distinta e autonoma identità etno-linguistica ha richiesto l’individuazione di una “modalità” pacifica di convivenza, ricercata appunto nell’avvio di un processo federativo diretto a trasformare l’originario assetto unitario dello Stato in un sistema a forte decentramento politico-territoriale. La riforma nasce dunque a conclusione di un profondo processo di crisi politica interna (che ha visto il Paese senza un Governo per oltre un anno e mezzo) e che tenta di rispondere alle richieste di autonomia provenienti soprattutto dalla Regione fiamminga. Difatti, i due principali interventi riformatori hanno riguardato, rispettivamente, il trasferimento di un ampio blocco di competenze dal livello federale alle entità federate e una vasta riforma della Legge Speciale sulle Finanze. Sicuramente, accanto al trasferimento di importanti “blocchi” di competenze, la parte più qualificante della riforma attiene all’accresciuta autonomia fiscale delle entità federate, in quanto di fatto sposta il centro di gravità delle politiche pubbliche verso le Regioni e le Comunità. Sotto il profilo istituzionale, altri importanti punti dell’accordo hanno riguardato, inoltre, la scissione del (discusso) distretto elettorale di Bruxelles-Hal-Vilvorde e la riforma del Senato, con l’introduzione di un sistema elettivo di tipo indiretto. Tali elementi sembrano voler qualificare la sesta riforma come la più ambiziosa sinora messa in campo nella storia di quel Paese. Ma se è vero che essa offre alle entità federate un grado di autonomia inedito, è comunque lontana dall’essere la riforma più importante che il Belgio abbia mai conosciuto: essa non modifica né la natura né la struttura del federalismo belga, che accentua anzi i suoi già noti tratti di atipicità. Difatti, se per lungo tempo, il Belgio si è compiaciuto di essere il prototipo sperimentale di una Europa federale post-nazionale, ora, alla luce della sesta riforma istituzionale, l’eccessiva dinamicità dei suoi processi interni rischia di attivare un pericoloso processo di indebolimento dell’entità statuale, nella misura in cui disarticola il principio dello Stato senza rimpiazzarlo. Alla luce di questo scenario, la sesta riforma istituzionale non sembra introdurre elementi in grado di contenere la spinta centrifuga. Anzi, il trasferimento di competenze operato – cui non sembra accompagnarsi un eguale rafforzamento degli strumenti di cooperazione – rischia di favorire, nella misura in cui investe settori “sensibili” del Welfare, un federalismo fortemente competitivo e, dunque, rafforzare ulteriormente la contrapposizione interna, soprattutto in considerazione del fatto che i – pur innumerevoli – strumenti di cooperazione che sono stati previsti – a partire dai c.d. «Decreti congiunti» – sembrano più direttamente riconducibili alla logica consociativa che non a quella di un federalismo di tipo cooperativo.

Il Federalizing Process belga e la sesta 'ondata' di riforme istituzionali.

SCIANNELLA, Lucia Giuditta
2014-01-01

Abstract

Il contributo analizza i contenuti della sesta riforma istituzionale belga approvata dal Parlamento nel corso del 2013 e scaturita dall’importante accordo politico concluso dagli otto partiti della colazione diretta da Elio di Rupo l’11 ottobre 2011 e che va nuovamente a ritoccare l’articolato sistema federativo di quel Paese. Come noto, a partire dalla metà degli anni Sessanta del XX secolo, la struttura istituzionale belga ereditata dalla Costituzione del 1831 è stata messa in discussione in quanto ritenuta non più idonea a rappresentare le sempre più contrapposte esigenze dei due principali gruppi linguistico-territoriali fiamminghi e valloni. La presenza di due forze antagoniste territorialmente omogenee con una distinta e autonoma identità etno-linguistica ha richiesto l’individuazione di una “modalità” pacifica di convivenza, ricercata appunto nell’avvio di un processo federativo diretto a trasformare l’originario assetto unitario dello Stato in un sistema a forte decentramento politico-territoriale. La riforma nasce dunque a conclusione di un profondo processo di crisi politica interna (che ha visto il Paese senza un Governo per oltre un anno e mezzo) e che tenta di rispondere alle richieste di autonomia provenienti soprattutto dalla Regione fiamminga. Difatti, i due principali interventi riformatori hanno riguardato, rispettivamente, il trasferimento di un ampio blocco di competenze dal livello federale alle entità federate e una vasta riforma della Legge Speciale sulle Finanze. Sicuramente, accanto al trasferimento di importanti “blocchi” di competenze, la parte più qualificante della riforma attiene all’accresciuta autonomia fiscale delle entità federate, in quanto di fatto sposta il centro di gravità delle politiche pubbliche verso le Regioni e le Comunità. Sotto il profilo istituzionale, altri importanti punti dell’accordo hanno riguardato, inoltre, la scissione del (discusso) distretto elettorale di Bruxelles-Hal-Vilvorde e la riforma del Senato, con l’introduzione di un sistema elettivo di tipo indiretto. Tali elementi sembrano voler qualificare la sesta riforma come la più ambiziosa sinora messa in campo nella storia di quel Paese. Ma se è vero che essa offre alle entità federate un grado di autonomia inedito, è comunque lontana dall’essere la riforma più importante che il Belgio abbia mai conosciuto: essa non modifica né la natura né la struttura del federalismo belga, che accentua anzi i suoi già noti tratti di atipicità. Difatti, se per lungo tempo, il Belgio si è compiaciuto di essere il prototipo sperimentale di una Europa federale post-nazionale, ora, alla luce della sesta riforma istituzionale, l’eccessiva dinamicità dei suoi processi interni rischia di attivare un pericoloso processo di indebolimento dell’entità statuale, nella misura in cui disarticola il principio dello Stato senza rimpiazzarlo. Alla luce di questo scenario, la sesta riforma istituzionale non sembra introdurre elementi in grado di contenere la spinta centrifuga. Anzi, il trasferimento di competenze operato – cui non sembra accompagnarsi un eguale rafforzamento degli strumenti di cooperazione – rischia di favorire, nella misura in cui investe settori “sensibili” del Welfare, un federalismo fortemente competitivo e, dunque, rafforzare ulteriormente la contrapposizione interna, soprattutto in considerazione del fatto che i – pur innumerevoli – strumenti di cooperazione che sono stati previsti – a partire dai c.d. «Decreti congiunti» – sembrano più direttamente riconducibili alla logica consociativa che non a quella di un federalismo di tipo cooperativo.
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11575/91290
Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact