Questo lavoro indaga la costruzione storico-giuridica della violenza sessuale, mettendo in luce come stereotipi culturali, retoriche letterarie e pregiudizi morali abbiano influenzato per secoli la normativa penale e la percezione della vittima. A partire dal mito di Lucrezia fino al dibattito dottrinale ottocentesco, si analizza il modo in cui la scienza giuridica ha regolato la sessualità femminile in funzione dell’onore familiare e dell’ordine sociale, più che della libertà individuale. L’indagine si sofferma sulla persistenza di narrazioni giustificative della violenza, come il topos della vis grata puellis, tratto dall’Ars Amatoria di Ovidio, che ha attraversato i secoli insinuandosi anche nella prassi giudiziaria contemporanea. Attraverso l’analisi di testi di giuristi come Filangieri, Carrara e Lucchini, si cerca di dimostrare come la secolarizzazione del diritto penale nell’Ottocento non abbia prodotto una reale emancipazione della soggettività femminile, ma piuttosto una sua riformulazione all’interno di nuove gerarchie morali. Lungi dall’essere superati, molti dispositivi giuridici e culturali continuano a fondare una retorica del sospetto che trasforma la donna in soggetto da disciplinare. Il saggio intende contribuire alla decostruzione critica di questi paradigmi e promuovere una riflessione sulla violenza sessuale come questione strutturale, non episodica.

«Dolci violenze». Stereotipi di genere e topoi letterari nel dibattito dottrinale sullo stupro tra Otto e Novecento

Musumeci, Emilia
2025-01-01

Abstract

Questo lavoro indaga la costruzione storico-giuridica della violenza sessuale, mettendo in luce come stereotipi culturali, retoriche letterarie e pregiudizi morali abbiano influenzato per secoli la normativa penale e la percezione della vittima. A partire dal mito di Lucrezia fino al dibattito dottrinale ottocentesco, si analizza il modo in cui la scienza giuridica ha regolato la sessualità femminile in funzione dell’onore familiare e dell’ordine sociale, più che della libertà individuale. L’indagine si sofferma sulla persistenza di narrazioni giustificative della violenza, come il topos della vis grata puellis, tratto dall’Ars Amatoria di Ovidio, che ha attraversato i secoli insinuandosi anche nella prassi giudiziaria contemporanea. Attraverso l’analisi di testi di giuristi come Filangieri, Carrara e Lucchini, si cerca di dimostrare come la secolarizzazione del diritto penale nell’Ottocento non abbia prodotto una reale emancipazione della soggettività femminile, ma piuttosto una sua riformulazione all’interno di nuove gerarchie morali. Lungi dall’essere superati, molti dispositivi giuridici e culturali continuano a fondare una retorica del sospetto che trasforma la donna in soggetto da disciplinare. Il saggio intende contribuire alla decostruzione critica di questi paradigmi e promuovere una riflessione sulla violenza sessuale come questione strutturale, non episodica.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11575/180022
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