I motivi, i topoi, le icone, i simboli propri dell’immaginario barocco sono sintomatici di una crisi di enormi dimensioni che investe l’intero sistema culturale, epistemologico e ontologico dell’epoca di passaggio tra Cinquecento e Seicento. Sulla scia di Michel Foucault (1967) diremmo che, disorientata e traumatizzata, l’epoca che inaugura l’età moderna, con la sua profonda rivoluzione intellettuale causata dall’avvento del pensiero scientifico-razionale, manda letteralmente in frantumi l’episteme classico-cristiano: travisando e contraddicendo l’accettata verità delle cose; disintegrando e disincantando la magica corrispondenza dei mondi; perturbando e disilludendo il poetico sentire medievale; deridendo e svuotando l’intima, mistica unione tra le parole e le cose. Le grandi tragedie shakespeariane – in particolare “Hamlet” e “Othello” – che si collocano praticamente a cavallo o poco oltre il passaggio tra i due secoli, risentono in maniera particolare di un nuovo senso del tragico, di marca profondamente pessimistica e spesso nostalgica, e di un marcato gusto dell’artificio, sublimato nell’insistita ripetizione del topos del mondo come teatro e come vuota finzione. Oltre alla reiterazione di temi come quello del mostruoso, del macabro, della follia, dell’ombra, del sogno, del doppio, della maschera, che trovano una forte consonanza nella sensibilità pittorica del tardo Manierismo e del Barocco, anche da un punto di vista strutturale e compositivo le opere drammaturgiche shakespeariane sembrano attraversate, come quelle pittoriche coeve, da un movimento convulso e dall’insofferenza a rigide regole compositive. Appaiono eterogenee, ambigue, problematiche, aperte, ingannevoli, artificiali, multi prospettiche e pluri-centriche, ma soprattutto sdoppiate e moltiplicate, come rifratte in una moltitudine di frammenti speculari distribuiti con sapiente artificio in un narcisistico e caleidoscopico collage compositivo. L’arte specchio di se stessa, marca distintiva dell’arte barocca, appare dunque essere perno anche dell’ultimo Shakespeare, come testimonia il conscio gioco di rifrazioni che moltiplica e complica il modello del play-within-the-play e che investe la sua più tarda e moderna produzione drammatica, tra cui non può che dominare, per eccellenza, il capolavoro tragicomico del 1611, “The Tempest”; un'opera che non a caso si vedrà mirabilmente riproposta in tutta la sua spettacolarità visiva e nelle sue feconde contaminazioni con l'arte figurativa nella (neo)barocca riscrittura cinematografica di Peter Greenaway (1991).

Barocco shakespeariano

ESPOSITO, Lucia
2001-01-01

Abstract

I motivi, i topoi, le icone, i simboli propri dell’immaginario barocco sono sintomatici di una crisi di enormi dimensioni che investe l’intero sistema culturale, epistemologico e ontologico dell’epoca di passaggio tra Cinquecento e Seicento. Sulla scia di Michel Foucault (1967) diremmo che, disorientata e traumatizzata, l’epoca che inaugura l’età moderna, con la sua profonda rivoluzione intellettuale causata dall’avvento del pensiero scientifico-razionale, manda letteralmente in frantumi l’episteme classico-cristiano: travisando e contraddicendo l’accettata verità delle cose; disintegrando e disincantando la magica corrispondenza dei mondi; perturbando e disilludendo il poetico sentire medievale; deridendo e svuotando l’intima, mistica unione tra le parole e le cose. Le grandi tragedie shakespeariane – in particolare “Hamlet” e “Othello” – che si collocano praticamente a cavallo o poco oltre il passaggio tra i due secoli, risentono in maniera particolare di un nuovo senso del tragico, di marca profondamente pessimistica e spesso nostalgica, e di un marcato gusto dell’artificio, sublimato nell’insistita ripetizione del topos del mondo come teatro e come vuota finzione. Oltre alla reiterazione di temi come quello del mostruoso, del macabro, della follia, dell’ombra, del sogno, del doppio, della maschera, che trovano una forte consonanza nella sensibilità pittorica del tardo Manierismo e del Barocco, anche da un punto di vista strutturale e compositivo le opere drammaturgiche shakespeariane sembrano attraversate, come quelle pittoriche coeve, da un movimento convulso e dall’insofferenza a rigide regole compositive. Appaiono eterogenee, ambigue, problematiche, aperte, ingannevoli, artificiali, multi prospettiche e pluri-centriche, ma soprattutto sdoppiate e moltiplicate, come rifratte in una moltitudine di frammenti speculari distribuiti con sapiente artificio in un narcisistico e caleidoscopico collage compositivo. L’arte specchio di se stessa, marca distintiva dell’arte barocca, appare dunque essere perno anche dell’ultimo Shakespeare, come testimonia il conscio gioco di rifrazioni che moltiplica e complica il modello del play-within-the-play e che investe la sua più tarda e moderna produzione drammatica, tra cui non può che dominare, per eccellenza, il capolavoro tragicomico del 1611, “The Tempest”; un'opera che non a caso si vedrà mirabilmente riproposta in tutta la sua spettacolarità visiva e nelle sue feconde contaminazioni con l'arte figurativa nella (neo)barocca riscrittura cinematografica di Peter Greenaway (1991).
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