Negli ultimi decenni il dibattito sull’impatto che le nuove tecnologie hanno sulle forme del narrare si è andato intensificando, stimolato in particolar modo dallo sviluppo della letteratura digitale: una letteratura che sempre più è vista nella sua dimensione processuale e performativa, caratterizzata come appare dalla molteplicità, dal movimento, dall’apertura e dal rimando continuo a dimensioni esterne, dall’interazione e dalla trasformazione. Basta esplorare un ipertesto letterario per scoprire come in effetti il libro abbia smesso davvero di essere un oggetto e sia diventato uno “spazio della performance” (Moulthorp 1995): uno spazio accessibile da più punti e praticabile dal lettore/performer secondo percorsi e direzioni diverse; uno spazio a-sequenziale che si lascia facilmente immaginare come un labirinto o un rizoma, all’interno del quale ci si trova spesso a perdere l’orientamento e quindi a tornare sui propri passi, in cerca della rassicurante fine della storia. Senza parlare degli ipertesti connessi in rete, che diventano stratificati spazi topografici potenzialmente infiniti e vertiginosi. Perciò, nonostante ci venga ricordato che l’allarme circa la possibilità di perdersi nell’iperspazio sia cessato da tempo, non meraviglia che l’effetto di spaesamento sia ancora molto forte e che altrettanto forte sia anche la resistenza verso quella che in molti considerano ormai l’ineluttabile transizione verso il web e la cosiddetta web literature. Non meraviglia neanche che molti degli scrittori più all’avanguardia, fantascientifici e non, stiano anche affannosamente cercando di fare i conti con questa profonda trasformazione e che nel farlo rivelino un atteggiamento di fondamentale ambivalenza, tra fascino e paura, appunto, rispetto agli imprevedibili scenari futuri che finiranno lentamente per soppiantare il passato. E se una delle maggiori paranoie è legata proprio alla possibilità di veder svanire la stampa, se non la scrittura per come la conosciamo noi, in una nebbia di bit invisibili, è proprio perché sono l’invisibilità e l’immaterialità del codice che sottosta al linguaggio digitale a sfuggire al controllo umano. Così, di contro a questa tendenza a vaporizzare la materialità che Mark Hansen (2000) vede pervasiva nell’approccio e nella critica a quella 'Technology Beyond Writing' che dà il sottotitolo a un suo volume, sono molti i testi – come quelli sperimentali presi in analisi di Mark Z. Danielewski, "House of Leaves" (2000) e Steven Hall, "The Raw Shark Texts" (2007) – che per reazione o contro-bilanciamento mettono in primo piano proprio la materialità della scrittura a stampa, seppur imprimendo ad essa quel movimento e quel 'sense of becoming' molto più tipici di una performance che di un libro.

Fascino e paura dell’iperspazio nella narrativa contemporanea

ESPOSITO, Lucia
2014-01-01

Abstract

Negli ultimi decenni il dibattito sull’impatto che le nuove tecnologie hanno sulle forme del narrare si è andato intensificando, stimolato in particolar modo dallo sviluppo della letteratura digitale: una letteratura che sempre più è vista nella sua dimensione processuale e performativa, caratterizzata come appare dalla molteplicità, dal movimento, dall’apertura e dal rimando continuo a dimensioni esterne, dall’interazione e dalla trasformazione. Basta esplorare un ipertesto letterario per scoprire come in effetti il libro abbia smesso davvero di essere un oggetto e sia diventato uno “spazio della performance” (Moulthorp 1995): uno spazio accessibile da più punti e praticabile dal lettore/performer secondo percorsi e direzioni diverse; uno spazio a-sequenziale che si lascia facilmente immaginare come un labirinto o un rizoma, all’interno del quale ci si trova spesso a perdere l’orientamento e quindi a tornare sui propri passi, in cerca della rassicurante fine della storia. Senza parlare degli ipertesti connessi in rete, che diventano stratificati spazi topografici potenzialmente infiniti e vertiginosi. Perciò, nonostante ci venga ricordato che l’allarme circa la possibilità di perdersi nell’iperspazio sia cessato da tempo, non meraviglia che l’effetto di spaesamento sia ancora molto forte e che altrettanto forte sia anche la resistenza verso quella che in molti considerano ormai l’ineluttabile transizione verso il web e la cosiddetta web literature. Non meraviglia neanche che molti degli scrittori più all’avanguardia, fantascientifici e non, stiano anche affannosamente cercando di fare i conti con questa profonda trasformazione e che nel farlo rivelino un atteggiamento di fondamentale ambivalenza, tra fascino e paura, appunto, rispetto agli imprevedibili scenari futuri che finiranno lentamente per soppiantare il passato. E se una delle maggiori paranoie è legata proprio alla possibilità di veder svanire la stampa, se non la scrittura per come la conosciamo noi, in una nebbia di bit invisibili, è proprio perché sono l’invisibilità e l’immaterialità del codice che sottosta al linguaggio digitale a sfuggire al controllo umano. Così, di contro a questa tendenza a vaporizzare la materialità che Mark Hansen (2000) vede pervasiva nell’approccio e nella critica a quella 'Technology Beyond Writing' che dà il sottotitolo a un suo volume, sono molti i testi – come quelli sperimentali presi in analisi di Mark Z. Danielewski, "House of Leaves" (2000) e Steven Hall, "The Raw Shark Texts" (2007) – che per reazione o contro-bilanciamento mettono in primo piano proprio la materialità della scrittura a stampa, seppur imprimendo ad essa quel movimento e quel 'sense of becoming' molto più tipici di una performance che di un libro.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11575/29013
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