L’Unione europea ha ormai da un decennio adottato un’unica moneta, che ha consentito, limitatamente ad alcuni aspetti, di uniformare l’indirizzo politico-economico dei vari Paesi che ne fanno parte, permettendo di sperimentare (almeno in linea teorica) un percorso convergente per quanto riguarda, in particolar modo, le manovre su tassi di interesse ed inflazione. Ciononostante, a parte le questioni strettamente monetarie (gestite, come ben noto, direttamente dalla BCE), sono ancora molti i passi che devono essere fatti al fine di garantire omogeneità nelle decisioni politiche ed economiche, le quali dipendono strettamente, come è ovvio che sia, dalle sovrane volontà dei singoli Stati. In particolare, sembra evidente la difficoltà nel trovare un comune denominatore alla questione “sociale” tra Paesi che hanno culture, storie, economie, società profondamente differenti. E questo pare aggravato anche e soprattutto dalle grandi disparità economiche esistenti tra le diverse aree dell’Unione, che si stanno configurando come uno dei più seri ostacoli alla costruzione di una comune cornice all’interno della quale lo stato sociale dei diversi Paesi possa funzionare “correttamente”. Infatti, i diritti sociali appaiono necessariamente legati alla dimensione economica, grazie alla quale possono affermarsi e concretizzarsi: è la condizione economica generale che ci permette di “fare” lo Stato sociale. Del resto, tutta la politica europea di coesione avrebbe proprio dovuto rappresentare il principale supporto per l’implementazione di un “sistema europeo di diritti sociali” che, attraverso la convergenza economica di tutte le aree comunitarie (in termini di Pil, tassi di occupazione, ecc.) verso valori medi elevati, duraturi e sostenibili nel tempo avrebbe portato alla costruzione di un’UE in grado di costruire, a partire dall’omogeneizzazione dei valori economici, quella base politica e sociale comune sulla quale fondare una vera unione di popoli. Oggi, le grandi differenze in termini economici e sociali non consentono la predisposizione di corrette politiche a livello centrale, dal momento che lo stesso strumento difficilmente può essere adattato a situazioni profondamente differenti; ne consegue la necessità di capire a fondo le disparità strutturali a livello regionale, in modo da governarle e ridurle.

Le regioni italiane nel quadro del sistema regionale europeo: ritardi strutturali e prospettive future

CICCARELLI, Andrea
2012-01-01

Abstract

L’Unione europea ha ormai da un decennio adottato un’unica moneta, che ha consentito, limitatamente ad alcuni aspetti, di uniformare l’indirizzo politico-economico dei vari Paesi che ne fanno parte, permettendo di sperimentare (almeno in linea teorica) un percorso convergente per quanto riguarda, in particolar modo, le manovre su tassi di interesse ed inflazione. Ciononostante, a parte le questioni strettamente monetarie (gestite, come ben noto, direttamente dalla BCE), sono ancora molti i passi che devono essere fatti al fine di garantire omogeneità nelle decisioni politiche ed economiche, le quali dipendono strettamente, come è ovvio che sia, dalle sovrane volontà dei singoli Stati. In particolare, sembra evidente la difficoltà nel trovare un comune denominatore alla questione “sociale” tra Paesi che hanno culture, storie, economie, società profondamente differenti. E questo pare aggravato anche e soprattutto dalle grandi disparità economiche esistenti tra le diverse aree dell’Unione, che si stanno configurando come uno dei più seri ostacoli alla costruzione di una comune cornice all’interno della quale lo stato sociale dei diversi Paesi possa funzionare “correttamente”. Infatti, i diritti sociali appaiono necessariamente legati alla dimensione economica, grazie alla quale possono affermarsi e concretizzarsi: è la condizione economica generale che ci permette di “fare” lo Stato sociale. Del resto, tutta la politica europea di coesione avrebbe proprio dovuto rappresentare il principale supporto per l’implementazione di un “sistema europeo di diritti sociali” che, attraverso la convergenza economica di tutte le aree comunitarie (in termini di Pil, tassi di occupazione, ecc.) verso valori medi elevati, duraturi e sostenibili nel tempo avrebbe portato alla costruzione di un’UE in grado di costruire, a partire dall’omogeneizzazione dei valori economici, quella base politica e sociale comune sulla quale fondare una vera unione di popoli. Oggi, le grandi differenze in termini economici e sociali non consentono la predisposizione di corrette politiche a livello centrale, dal momento che lo stesso strumento difficilmente può essere adattato a situazioni profondamente differenti; ne consegue la necessità di capire a fondo le disparità strutturali a livello regionale, in modo da governarle e ridurle.
2012
9788820412081
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